Zisa Dolls

www.zisadolls.com

Immensely loveable, a precious childhood friend.

Forse non ho mai abbandonato il mondo dell’infanzia. Di fatto, lavorare in teatro come costumista e scenografa, mi ha permesso di vivere in un mondo immaginario, fatto di cartapesta, tessuti e colori. Adesso che ho una certa età non ho più bisogno di nascondermi dietro le scene. Così dopo aver costruito una casa Georgiana in scala 1.12, ho deciso di creare la bambola che avevo sempre sognato. Zisa è una bambola alta 46 cm. circa. La testa è in resina gessosa ecologica su mio prototipo in creta.  Il corpo è invece morbido, realizzato in panno-lana imbottito. Costruisco da sola le mie bambole e da sola cucio e lavoro a maglia il guardaroba. Perfino le scarpe sono realizzate da me, per la qual cosa ho acquistato una macchina da cucire per pellami.

Zisa Dolls are 18 inch (46 cm.) tall. They are all hand-made, and it’s the small differences between them that make them unique. The head is made from an environmentally friendly material with a silicon mould, based on an original model sculpted by Maria Adele Cipolla. The body is made of padded wool felt cloth, and arms and legs are jointed at the hips and shoulders. The soft body and the intense facial expression make each doll specially loveable. Zisa dolls can have a varied wardrobe of garments that are sewn or hand-knitted with quality materials: pure wool, cotton, leather, and silk. Each piece of clothing is unique, inspired by chilrens’ fashion of the sixties. Every time a new doll or outfit is created, it is listed on this site, representing an unique opportunity. The dolls are shipped in a cardboard box with a certificate of guarantee and a support that allows you to admire your doll standing. Given the standard measures of Zisa dolls, all clothes are compatible with any well-formed 18 inch children’s dolls, including the American Girl series. Of course, Zisa dolls are both girls and boys, with a range of hair colours and styles.

 

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Il sottile respiro delle donne

Workt by Hand’ at Women in the ArtsIn una gelida mattina di gennaio a Washington, abbandonando per sbaglio la Pennsylvania Avenue in favore della New York Ave, mi sono imbattuta nel palazzo angolare del “National Museum of Women in the arts” di cui, confesso, sconoscevo l’esistenza, che proponeva  l’esposizione “Workt by Hand”: Hidden Labor and Historical Quilts. Qualcosa stava chiamandomi a se e in quel palazzo (che ho poi saputo fosse nato come tempio massonico) ho trascorso una giornata indimenticabile insieme a gruppi di donne che come me assorbivano avidamente con lo sguardo le molteplici variazioni di antiche “quilt makers”. Ho imparato molto sulla storia del quilt, anche attraverso un video davvero interessante proposto dai curatori della mostra, scoprendo che una delle tante tecniche di cucito di cui da tempo volevo impadronirmi, portava con se una vera e propria filosofia. Appartenendo ormai ad una famiglia italo-anglo-americana ero destinata a subire la fascinazione di ciò che sin dagli anni settanta in Italia veniva sbrigativamente chiamato patchwork, ma che riassume regole, tecniche e interpretazioni varie e complesse. Patchwork, quilting, appliqué, crazy quilt, blocks, sashing, bordi sono tutte terminologie di un mondo del tutto femminile che geograficamente si è sviluppato dall’area angloamericana (con importanti contributi delle comunità afro e amish) al resto d’Europa (in primis l’Inghilterra), portando con se significati e tipologie relazionali molto profondi. La prima cosa da dire è che si tratta di un insieme di tecniche che richiedono tempi lunghi e pazienza, ragion per cui le vere “quilt makers” ormai preferiscono tenere per se i prodotti di tanto lavoro, donarli, esporli nelle fiere dedicate e soprattutto formare gruppi in cui scambiarsi vicendevolmente esperienze con té e biscottini. Forse il creare occasioni di socializzazione fra donne è il motivo per cui questa pratica iniziata nell’America del 19° secolo è diventata sempre più una vera passione, tanto che negli States si parla scherzosamente di donne “quilt alcoholic”. Ma c’è di più: Carolyn Mazloomi, fondatrice del “Women of color quilter network” sostiene che il quilting è “il respiro sommesso delle donne”, non un grido appunto ma un respiro di denuncia sulla scarsa considerazione economica assegnata al lavoro manuale femminile e alla negazione del suo valore artistico. Qualcosa che è stato dato per scontato, dato che le donne hanno sempre svolto lavori manuali all’ombra della vita familiare (si pensi anche al ricamo e alla cesteria), intervallandoli alle cure per la casa, per gli anziani e per i bambini. In ogni comunità le donne hanno difeso i pochi momenti di pausa delle loro estenuanti giornate per attività manuali gratificanti che potessero arrotondare l’economia familiare, per questa ragione questi manufatti sono sempre stati commercializzati per un decimo del loro valore. Nel mondo del quilting si è di converso esercitata una sottile ribellione attraverso un assunto: il materiale è riciclato, quindi non stiamo sottraendo nulla al bilancio familiare (non è del tutto vero vero pensando a quanto costa il filo e il materiale per imbottire) quindi possiamo decidere di fare ciò che vogliamo dei nostri prodotti. Non se ne conosce precisamente l’origine (alcuni dicono che sia stata una pratica importata dai pionieri che arrivavano in America dal nord Europa) ma sembra che il quilting inizialmente si basase sullo sfruttamento domestico della manodopera femminile, specie  delle schiave afroamericane. Il lavoro prevede una prima parte in cui si prepara lo strato esterno cucendo pezzetti  di stoffa diversi secondo disegni geometrici o di fantasia, questo strato va assemblato a sandwich con uno opposto di un unico tessuto e con una imbottitura al centro, per poi passare alla fase dell’assemblaggio a mano o a macchina. Anticamente il sandwich veniva fissato in degli enormi telai di legno e trapuntato ad ago. In questa fase serviva il lavoro di tante mani, cioè tante donne sedute in circolo a cucire assieme, raccontandosi storie e memorie, scambiandosi aneddoti e consigli. Questa atmosfera di collaborazione scambievole oltre che di amicizia, in una attività in cui non era prevista la presenza maschile, ha fatto si che le donne nel tempo difendessero a ogni costo i loro momenti di quilting senza volere poi separarsi dai loro manufatti: ecco che allora le donne utilizzarono il loro “respiro di protesta” per sottrarre progressivamente i quilts alla commercializzazione ordinaria a favore di una moneta virtuale di cui solo esse conoscessero il significato, quello della “propiziazione”. Le donne americane a poco a poco preferirono produrre quilt per se stesse, quilt da mostrare nelle fiere, ma soprattutto da donare alle giovani della comunità che si sposavano o andavano al college, in modo che nella nuova vita queste ragazze portassero con loro la carezza gentile di mamme, nonne, zie, amiche che vi avevano lavorato. Questo ha creato nel tempo una tradizione muta e affettiva, il passaggio di esperienze da una generazione all’altra e forse, col sopraggiungere di una crisi profonda che oltre all’economia travolge valori e dignità umane, un suggerimento su come sfuggire alle leggi di mercato dando valore a noi stesse e alle cose che facciamo.

Abbiamo fatto il sapone

sapone (7)Era un vecchio desiderio e abbiamo tentato strade diverse. La prima, quella più naturale, è consistita nel bollire la cenere, ottenere la liscivia e con quella preparare il sapone. I suggerimenti ci dicevano di far stagionare il sapone per settimane ma ancora abbiamo un gel liquidino, anche al secondo tentativo. Alla fine abbiamo scoperto che dovevamo far bollire per almeno 6 ore, non molto economico, anche considerando che svuotando il camino di tutta la cenere di una settimana ottenevamo liscivia per fare si e no un chilo di sapone. Così eccoci piegati alla soda caustica, ovvero idrossido di sodio, che aggiunto a freddo al 10% all’olio di oliva permette la saponificazione, poi aggiungiamo l’olio essenziale alla lavanda o agli agrumi. Funziona davvero e stando attenti a proteggersi il pericolo si circoscrive e l’effetto tossico si esaurisce in breve tempo. Adesso il nostro sapone dovrà stagionare per alcuni mesi, ma sembra già bellissimo con quel colore burro naturale.