Agrumi

Limoni del nostro giardino

Limoni del nostro giardino

Gli Arabi conobbero gli agrumi attorno al X secolo (probabilmente dagli indiani) importandoli poi in Sicilia. Consideravano gli alberi di agrumi talmente decorativi da assegnarvi un ruolo di primo piano nella composizione dei loro giardini. Ne valorizzarono così l’importanza agricola avvalendosi di nuove tecniche irrigue e di coltivazione intensiva, mentre studiosi, medici e botanici arabi descrivevano le caratteristiche della pianta e del frutto ipotizzandone le proprietà terapeutiche. Palermo fu per secoli chiamata “Conca d’oro” per la luminescenza dei sui giardini di agrumi di impianto arabo (adesso distrutti dall’abusivismo edilizio) e tuttora la Sicilia occupa un posto di rilievo nella produzione mondiale degli agrumi.

Fatta questa premessa inizio a chiedermi la convenienza di questa scelta dato che gli alberi di agrumi sono i più inaffidabili e assetati fra quelli da frutto. E’ vero che desiderano il pieno sole, dispensato generosamente in Sicilia, ma è anche da considerare l’enorme quantità di acqua che serve per irrigarli, e l’acqua da noi è preziosa come l’oro, senza parlare poi della inesorabile propensione a perdere l’innesto che trasforma la comune qualità amara in frutti commestibili. Forse introdurre gli agrumi nella secca terra siciliana ha costituito una sfida per i nostri illustri ospiti arabi (un popolo che mai abbiamo considerato di conquista), come se avessero riempito Palermo di fontane da cui fuoriusciva latte materno. Per questa ragione si sono industriati a mettere a punto un sistema di irrigazione fatto di canali, chiuse, pozzetti e conche da riempire, in modo da allagare una volta a settimana questi alberelli insaziabili. Questo sistema irriguo, illustrato nelle fotografie che ho scattato nell’agrumeto della cattedrale di Cordova, è quello ancora esistente nei limoneti della nostra vicina Bagheria, tanto che ancora si fatica a dissuadere gli agricoltori autoctoni dal suo uso per il resto del mondo vegetale.

Il fatto che le molteplici traduzioni dall’arabo abbiano portato i contadini siciliani a coniare il verbo “abbeverare” per indicare questo sistema di irrigazione, la dice lunga sulla lotta senza partita per far si che almeno una volta a settimana gli alberelli di agrumi diano un minimo di soddisfazione, inturgidendo il fogliame e rizzando i rami. “Abbeverare gli agrumi” da il senso del dar da bere a un animale assetato dopo giorni di marcia nel deserto, e in effetti è una soddisfazione vedere la terra secca e spaccata dal sole che inizia ad assorbire l’acqua, è una sicurezza lasciare quella pozza d’acqua a nutrire le radici, ti sembra che per quella settimana hai salvato il tuo patrimonio agricolo. Lo sanno anche i portatori d’acqua, una secolare organizzazione sparsa per il territorio siciliano che sfrutta la sete dei siciliani per vendere loro un bene comune di cui avrebbero diritto a prezzi calmierati. Se un contadino di ieri rizzava la schiena contro un soprastante gli si toglieva l’acqua, se un contadino di oggi non vuole votare il politico consigliato dalla mafia gli si toglie l’acqua, se un amministratore è sul punto di prendere decisioni che potrebbero ledere interessi mafiosi lo si avvicina promettendogli “per lei l’acqua non mancherà mai”.

Ma di chi è l’acqua in Sicilia? Diciamo che la Sicilia anticipa la catastrofe del futuro, quella in cui le guerre si faranno per l’accesso all’acqua (piuttosto che al petrolio). In Sicilia l’acqua ci sarebbe se gli amministratori fossero tutti onesti, c’è invece un meccanismo perverso per cui l’acqua pubblica viene centellinata e fatta disperdere nel territorio da un sistema idrico a colabrodo, mentre qualcuno propone un sistema idrico parallelo, che porta acqua ai contadini da pozzi illegali, attraverso tubature anch’esse illegali, fino ad allagare i campi una volta a settimana simulando quella magnifica ingegneria araba fatta di pozzetti, conche, chiuse e tubature a cielo aperto.

Da noi l’acqua arrivava il sabato mattina con l’uomo della zappa, un sorta di soprastante del portatore d’acqua più importante di Bagheria, zappa era il suo arnese e zappa si chiamava l’unità di misura che stabiliva il prezzo. Ci si svegliava con lo sgorgare d’acqua e si conviveva per quel giorno con un viscido individuo che lavorando di zappa convogliava l’acqua ora in un pozzetto ora nell’altro, sfruttando il sistema dei vasi comunicanti. Oltre alla consapevolezza di foraggiare un sistema illegale c’era anche lo scarso gradimento di quest’acqua leggermente salmastra da parte di qualsiasi nostra varietà botanica che non fosse agrume. Ce ne siamo liberati semplicemente dicendo “no grazie”, pagando a caro prezzo l’acqua del comune portata con due autobotti a settimana e subendo qualche piccola ritorsione. Abbiamo una grossa cisterna e irrighiamo col tubo e dove serve con un sistema automatizzato. C’era rimasto da colmare il ricordo di quel fresco sgorgare d’acqua dal sapore arabo, che però abbiamo soddisfatto con due fontane ad alimentazione solare. Ribellarsi si può, basta pagarne il prezzo.

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